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Il teatro inerte e la comunicazione asimmetrica

Appunti filosofici sullo spettacolo della statua vivente

 by Enrico M. Vaglieri

   

Il teatro inerte delle statue viventi si basa su un talento naturale dell’artista all’immobilità, alla contemplazione, alla meditazione, all’ascolto, trae successo dalla sorpresa dello spettatore e dalla differenza di potenziale di attenzione e concentrazione tra artista e spettatore.

 

Ciò di cui non ci si accorge

Il fare spettacolo come statua vivente si basa su una modalità molto semplice di espressione, l’immobilismo, ma è efficace e suscita reazione emotiva e interesse perché sfrutta alcune debolezze delle persone. Quasi tutte le persone credono che sia impossibile restare fermi a lungo, mentre è vero il contrario e cioè che tutti stanno fermi in molte occasioni e sanno farlo, solo che quando accade non se ne accorgono perché sono concentrati su quello che accade intorno a loro o su di loro (a un funerale, a una cerimonia, durante un’operazione chirurgica, ecc.).

Gli spettatori di spettacoli di statua vivente inoltre non hanno la pazienza di stare ad osservare il comportamento dell’artista per un periodo abbastanza lungo: se lo facessero si accorgerebbero di come l’artista sbatte le palpebre, deglutisce, deve cambiare posizione dei piedi, vibra, trema, oscilla e insomma non sta perfettamente immobile.

Infine lo spettatore medio, catturato e provocato dalla fissità della statua, dal suo mutismo e dall’assenza di comunicazione non si accorge dei particolari dell’installazione.

Per questi motivi incontriamo così tante statue viventi nelle strade delle grandi città. Ma per gli stessi motivi suddetti quegli artisti di strada sono quasi sempre acconciati alla buona, applicano un immobilismo imperfetto e, sostentandosi con le offerte dei passanti, applicano il metodo a “juke box”, ovvero si muovono, cambiano posizione, o si inchinano, ringraziano, ogni volta che si mette loro un offerta nella ciotola/cappello.

 

La cura dei particolari

Nello spettacolo con la statua vivente per me è importante raggiungere una bellezza e perfezione estetica che soddisfi l’occhio dello spettatore in aggiunta alla “meraviglia” dell’essere umano che sta immobile e non reagisce nella comunicazione, se non forse in ritardo, senza la parola e con espressioni più che gesti.

Per questo ho curato gli abiti, ho citato personaggi storici o monumenti reali, mi sono fatto costruire dei piedistalli di portata scenografica, ho ricercato colori coprenti, resistenti allo sfregamento della stoffa (per non lasciare parti di incarnato scoperte).

 

Che comunicazione c’è tra statua e spettatore?

Quando l’artista è statua, in mezzo alla piazza, mascherato, tutto dipinto di bianco, sul piedistallo, avviene una forma particolare di comunicazione. A tutta prima sembra che non esista affatto della comunicazione. Tanto che molte persone e bambini si chiedono seriamente se non si tratti di una vera statua di pietra («Sei vero?» chiedono) e alcuni bambini molto piccoli scoppiano a piangere se l’artista persiste a non muoversi.

Invece si attua una comunicazione, ma asimmetrica, interiore, inusuale per i più.

 

Lo spettatore è perplesso

Lo spettatore incontrando la statua la guarda, si aspetta movimenti, espressioni; si accorge della scelta dell’artista di applicare il teatro inerte e si sente provocato. Parla alla statua ma non riceve risposta. Si chiede che senso ha questa rappresentazione? Vorrebbe toccarlo o fargli scherzi, dargli pizzicotti, costringerlo al movimento (e per questo offre le monete – mentre la statua andrebbe apprezzata con la moneta proprio perché sta ferma).

Ma al contempo pensa che l’artista va rispettato nella sua forma di rappresentazione e non lo tocca. Quando invece il contatto all’artista piace perché trasmette calore, rappresenta un incontro, permette di mostrare ancor meglio la scelta consapevole e decisa dell’immobilismo.

Quasi sempre con questi processi lo spettatore rimane interessato per un certo periodo allo spettacolo del teatro inerte e si esprime in complimenti.

Anche da parte della statua avviene una comunicazione, certamente non verbale. Essa è propriamente non verbale – questo fa della statua vivente un a forte esperienza multisensoriale, meditativa, spirituale.

 

Ascolto e visione periferica

L’artista ascolta, soprattutto. Ascolta con l’udito tutto quello che avviene intorno. L’udito è il senso più attivo lì sul piedistallo, in mezzo alla piazza. L’udito ti permette di riconoscere l’età, il sesso, le intenzioni degli spettatori.

La vista invece è parzialmente attiva. Le statue, vere e finte, guardano lontano, sopra le teste delle persone. Lo sguardo è fisso, forse spento. La statua raccoglie informazioni visive solo con una visuale periferica. La vista lì è periferia, l’ascolto è centro.

Al più è la luce che inonda gli occhi della statua. L’occhio si posa su oggetti dei muri, degli alberi, dei tetti, anzi automaticamente cerca punti dove non sono presenti soggetti di rilievo, lo sguardo tende a perdersi, il fissare perde significato.

Il tatto, su tutta la superficie del corpo è pienamente attivo. La temperatura dell’ambiente, le folate di vento (sugli occhi soprattutto), gli spostamenti d’aria causati da movimenti di persone e oggetti, il calore del sole.

L’odorato contribuisce in parte con i profumi delle signore o i dopobarba, l’odore delle sigarette o di cibi cotti, delle piante, dell’aria serale.

Il gusto è secondario, se non per il sapore del colore in bocca. La bocca rimane inerte per tutto il tempo, tanto che alla fine capita di sentire in bocca lo stesso gusto di quando si è dormito a lungo.

L’artista vive la comunicazione, insomma, soprattutto recependo.

 

Una risposta corporea, sensoriale e non-verbale

Ma a sua volta restituisce atti comunicativi nella forma della espressione corporea, nel ritmo del cambiamento di posizione. Tutto questo è accompagnato da una concentrazione interiore paragonabile a una meditazione intensa sulla situazione ma anche meditazione esistenziale.

Ed è questa la sostanza che principalmente la statua vivente utilizza e ricambia verso lo spettatore.

Sembra che ogni spettatore intuisca questo scambio asimmetrico e profondo di sostanza comunicativa, ma non solo pochi spettatori ne sono consapevoli e sono in grado di apprezzare in tutte queste dimensioni lo spettacolo. Purtroppo sono molti i genitori che incitano i figli a stuzzicare l’artista, o si offendono se la statua non si è mossa, dopo che hanno fatto la loro offerta.

L’artista interagisce non solo potenziando e utilizzando le percezioni multisensoriali e con la meditazione, che consente un progressivo ampliamento della coscienza, ma può anche interagire strizzando l’occhio, o spaventando i bambini che si sono avvicinati troppi.

Il profilo di risposta e interazione con il pubblico può essere molto diverso da artista ad artista. Alcuni vivono il teatro inerte in modo integrale e assoluto, altri si limitano a cambiare posa periodicamente; alcuni scherzano e provocano il pubblico fino all’utilizzo occasionale della parola e del movimento.

 

Concentrazione e meditazione

La consapevolezza di precludersi la parola e l’interazione normale con le altre persone e gli spettatori costringe l’artista a un’attesa, allenamento alla disciplina della passività. Ciò ha un indubbio valore di formazione spirituale.

Avviene durante lo spettacolo che l’artista arrivi e riesca a concentrarsi tanto sulla automeditazione fino a separarsi dall’ambiente, restringere il campo dell’attenzione solo al suo interno. Quello è il momento in cui i muscoli fanno lo sforzo minore nel mantenere la posizione, in cui diminuiscono al massimo le oscillazioni e i tremolii, in cui rallenta maggiormente la frequenza del battito degli occhi, in cui, in conclusione, l’artista si confonde interamente con l’oggetto inanimato, con la statua.

Non sembra possibile, né auspicabile trasformar lo spettacolo in una ininterrotta meditazione extrasensoriale. Per me è bello e importante che l’artista viva un margine di interazione gestuale con il pubblico. Realizzare una seduta di meditazione yoga mascherati di bianco sul piedistallo non è uno spettacolo di statua vivente. È qualcos’altro.

 

Statuaria e terapia

Arrivare a esibirsi in piazza, mascherati in personaggi storici, sperimentando la meditazione e l’acuirsi delle percezioni sensoriali, rappresenta un percorso terapeutico che favorisce il potenziamento della fiducia di sé, delle capacità espressive, dell’ascolto, della percezione di sé, dell’equilibrio interiore e psico-fisico.  

                 

 


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